News sui cambiamenti climatici

     

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La Terra assorbe più energia di quanta ne emette.

   28 aprile 2005

La Terra assorbe dal Sole più energia di quanto riesce a emettere:  una ulteriore conferma che il clima del nostro pianeta si sta surriscaldando. Lo dimostra uno studio condotto da Jim Hansen, direttore del Goddard Institute for Space Studies della NASA, pubblicato sulla rivista "Science".

Secondo i dati raccolti, la differenza tra il calore assorbito e quello emesso è di 0,85 watt per metro quadrato, cioè l'equivalente  di 7000 miliardi di lampadine elettriche da 60 watt o la produzione energetica di mezzo milione di stazioni elettriche da 1000 megawatt.

Secondo Hansen, il calore in eccesso sta riscaldando soprattutto gli oceani, almeno sulla base di precise misurazioni delle temperature marine condotte negli ultimi dieci anni.  Le conclusioni dello studio forniscono una testimonianza contemporaneamente del riscaldamento del pianeta e di un ritardo nella risposta del pianeta al riscaldamento causato dall'accumulo di gas serra, dovuto alla lentezza con cui gli oceani si riscaldano.

Secondo Hansen, c'è un aumento di temperatura di 0,6 gradi in corso, che è molto di più di quanto sperimentato nel corso del ventesimo secolo e che dovrebbe manifestarsi per la metà nei prossimi 30-40 anni e per l'altra metà nella seconda metà del secolo.

Hansen ritiene che questo ritardo nella risposta rappresenti sia una bomba a orologeria che un vantaggio. È una bomba a orologeria perché se si attendono evidenze empiriche ancora più schiaccianti a conferma del processo di riscaldamento globale, poi sarà troppo tardi per fermarne il decorso. È un vantaggio perché se si agisce subito, si possono controbilanciare i cambiamenti climatici prima che producano danni irreparabili.

   Redazione Lanci, Agenzia ZadiG-Roma

Poco ozono sull'Europa  

29 aprile 2005

Lo scudo di ozono sull'Europa centro-settentrionale ha raggiunto all'inizio di questa primavera il suo minimo storico da 50 anni a questa parte. A dirlo sono gli scienziati riuniti al meeting della European Geosciences Union che si tiene a Vienna.

L'analisi preliminare dei dati indica che un terzo delle molecole di ozono nella stratosfera artica sono andate distrutte durante questo inverno. All'inizio della primavera, questa massa d'aria povera di ozono si è spostata verso sud fino a posizionarsi sull'Europa centro-settentrionale. I dati sono stati raccolti tra gennaio e marzo e arrivano da 35 stazioni di rilevamento tra la Groenlandia e l'isola di Tenerife. In più sono stati integrati con dati raccolti attraverso i satelliti.

Un assottigliamento molto forte dello strato di ozono sull'Europa si era già osservato durante inverni artici freddi, in particolare nell'inverno 1999/2000. Quest'anno però la riduzione è del 30% superiore al previsto. Parte di questa perdita è stata compensata dall'ozono che arriva da sud, ma in realtà si è arrivati molto vicini all'apertura di un vero e proprio buco sull'Europa. Anzi non si è mai stati così vicini a questo evento, spiega Markus Rex, uno scienziato atmosferico dell'Alfred Wegener Institute of Polar and Marine Research di Potsdam, in Germania.

L'ozono viene distrutto quando le molecole di ossigeno reagiscono con le sostanze chimiche prodotte dal decadimento dei clorofluorocarburi. L'uso di queste sostanze è stato bandito dal Protocollo di Montreal, ma essendo sostanze di lunga durata continueranno a distruggere l'ozono atmosferico nelle regioni polari per i prossimi 50 anni. L'impatto dell'inquinamento è accresciuto dai cambiamenti climatici. I cambiamenti climatici infatti aumentano la probabilità di inverni polari molto freddi. E questi ultimi a loro volta rendono più probabile la formazione di nubi ricche di composti acqua e acido nitrico e solforico che trasformano i clorofluorocarburi in sostanze ancora più aggressive verso lo strato di ozoono.

Redazione Lanci, Agenzia ZadiG-Roma

Nuova emergenza del millennio: i profughi ambientali

 6 maggio 2005

Le previsioni sulle future migrazioni causate dai cambiamenti climatici sono sempre più pessimiste. Le raccoglie un dossier di Legambiente e Civitas, intitolato Profughi ambientali, la nuova emergenza del millennio. Ecco alcuni dati. Norman Myers, uno dei maggiori studiosi della materia, ha stimato che i migranti per penuria di acqua, cambiamento di clima, innalzamento del livello del mare, raggiungeranno nel 2050 i 150 milioni, previsione confermata anche dall'Alto Commissariato delle Nazioni Unite.

L'IPCC, il panel di esperti che studia i cambiamenti climatici, ha individuato le aree che subiranno maggiormente questi effetti. La prima è il Vietnam che potrebbe perdere 500 000 ettari di terra nel delta del fiume Rosso e 2 milioni nel delta del Mekong con il rischio di spostamento per 10 milioni di persone. Poi le Maldive, dove a causa dell'innalzamento del mare andrà perduto circa l'85% dell'isola principale dove è situata la capitale Malè e dove sarà sommersa gran parte dell'arcipelago costringendo 300 000 persone a rifugiarsi in India. Ancora, l'Africa, che sarebbe inondata dal mare per 2,7 milioni di ettari: le spiagge indietreggerebbero di circa tre chilometri e la capitale del Gambia sarebbe completamente sommersa. Poi l'Egitto, che vedrebbe diminuito il suo territorio di circa 2 milioni di ettari concentrati nel delta del Nilo con conseguente movimento di 8 milioni di persone inclusa, quasi per intero, la popolazione di Alessandria. Infine in America del Sud, 600 000 persone che potrebbero migrare dallo Stato della Guyana.

In uno studio dell'ENEA, l'Italia è inserita in un'area "tra quelle mondiali a più alta vulnerabilità in termini di perdita di zone umide e in particolare degli ecosistemi e della bio-diveristà marino-costiera". Gli scenari previsti mostrano una tendenza all'innalzamento del livello del mare che oscillerà tra i 18 e i 30 centimetri entro il 2090 e questo fenomeno interesserà circa 4500 chilometri quadrati del nostro territorio, di cui il 25,4% al nord, il 5,4 in Italia centrale, 62,6% al sud, il 6,6% in Sardegna. Si pevede, inoltre, una progressiva desertificazione di vaste aree, in particolare nelle regioni del Sud: 47% della Sicilia, 31,2% della Sardegna, 60% della Puglia e 54% della Basilicata.

Redazione Lanci, Agenzia ZadiG-Roma

Aumenta lo spessore del ghiaccio antartico  

20 maggio 2005   

L'aumento delle precipitazioni nevose sull'Antartide centrale sta aumentando lo spessore della copertura di ghiaccio e forse riducendo l'aumento del livello del mare. Secondo uno studio pubblicato su Science da un gruppo di ricercatori della British Antarctic Survey la calotta antartica ha guadagnato tra il 1992 e il 2003 circa 45 miliardi di tonnellate di ghiaccio, cioè quanto basta per ridurre la crescita del livello degli oceani di circa 0,12 millimetri ogni anno.

I ricercatori si aspettavano un risultato di questo tipo: l'Ipcc, il gruppo di esperti delle Nazioni Unite che studia i cambiamenti climatici, aveva già evidenziato infatti come il livello del mare si stesse innalzando di circa 1,8 millimetri all'anno soprattutto a causa dello scioglimento dei ghiacci della Groenlandia e dell'Antartico. A sua volta però i cambiamenti climatici causano un aumento dell'evaporazione delle acque oceaniche e quindi dell'umidità atmosferica e un aumento delle precipitazioni nevose sull'Antartico. Nessuno fino a oggi era riuscito a misurare gli effetti sulla calotta ghiacciata con tanta precisione.

Nonostante i risultati fossero previsti, resta ancora da capire se siano dovuti effettivamente ai cambiamenti climatici o se invece dipendano dalla normale variabilità climatica della regione. I dati sono stati ottenuti attraverso i satelliti dell'Agenzia spaziale europea ERS-1 e ERS-2, che hanno misurato i cambiamenti in altitudine di circa il 70 per cento del territorio interno dell'Antartico, cioè circa 8,5 milioni di chilometri quadrati, più o meno le dimensioni degli Usa.

Nel periodo studiato, l'area orientale dell'Antartico, che comprende  il 75 per cento di tutte le terre dell'Antartico e l'85 per cento del ghiaccio, è aumentata in media di 1,8 centimetri all'anno. Al contrario, l'area più piccola dell'Antartico occidentale ha mostrato un aumento minimo, praticamente di 0 centimetri all'anno. Secondo gli esperti, comunque, l'aumento del ghiaccio nell'Antartico non sarà sufficiente a controbilanciare l'aumento del livello del mare.   

Redazione Lanci, Agenzia ZadiG-Roma  

Undici accademie scientifiche avvertono il G8 sui rischi del clima

9 giugno 2005

In occasione della riunione degli 8 paesi più industrializzati del mondo che si terrà a Gleneagles, in Scozia, il prossimo luglio, le accademie scientifiche di Brasile, Cina, Canada, Francia, Germania, India, Italia, Giappone, Russia, Regno Unito e Stati Uniti presenteranno un documento nel quale i cambiamenti climatici sono definiti "una minaccia evidente e in crescita" e in cui dichiarano la necessità di un'azione urgente per iniziare a bloccarne le cause. E il fatto che il documento sia stato firmato anche dalla National Academy of Sciences americana, il principale consigliere scientifico del Congresso USA, rappresenta una sfida all'amministrazione Bush che si è rifiutata di firmare il protocollo di Kyoto.

"L'evidenza arriva da misure dirette sull'aumento delle temperature atmosferiche alla superficie, dall'aumento delle temperature dell'acqua di profondità negli oceani e da fenomeni come l'aumento del livello del mare, la ritirata dei ghiacciai e i cambiamenti in molti sistemi fisici e biologici", dicono gli scienziati. Secondo le associazioni ambientaliste, i paesi del G8 devono accollarsi la responsabilità storica di aver causato questa situazione e assumere la leadership delle azioni necessarie per risolverla, partendo da una chiara agenda di interventi. Ma le reazioni non sono univoche.

Dopo un meeting tenuto a Washington nei giorni scorsi tra il premier britannico Tony Blair e il presidente USA George Bush, quest'ultimo ha ammesso che "il cambiamento climatico rappresenta un grande problema a lungo termine" e ha citato le ricerche sulle auto a idrogeno e sulla produzione di elettricità da carbone poco inquinante come azioni già in corso volte a combatterlo. Nello stesso tempo, però, non ha dato alcun segno di voler aprire al protocollo di Kyoto. Nonostante tutto, Blair sembra deciso a fare dell'ambiente uno dei punti centrali del summit del G8. "Abbiamo il dovere di pensare a come possiamo superare una situazione nella quale ci sono grosse emissioni di gas serra dai modelli attuali di consumo dell'energia", ha detto il premier britannico.

Redazione Lanci, Agenzia ZadiG-Roma

Due miliardi di persone a rischio per la desertificazione     

  16 giugno 2005

Non possiamo sapere esattamente quanti sono i chilometri quadrati di territorio minacciati dalla desertificazione e nemmeno la rapidità con cui questo fenomeno si propaga. Sappiamo, però, che sono oltre 2 miliardi gli abitanti a rischio delle zone desertiche.

Secondo uno studio dell'Università delle Nazioni Unite presentato in occasione della Giornata mondiale della desertificazione che si è tenuta il 17 giugno scorso, questo fenomeno sta causando l'aumento di tempeste di polvere, dannose alla salute non solo di chi abita vicino a queste aree. Il fenomeno ha una portata mondiale; le tempeste del deserto del Gobi, ad esempio, hanno avuto effetti in Cina, Corea e Giappone, peggiorando la qualità dell'aria anche nel Nord America.

Secondo il rapporto, alcune malattie aumenterebbero proprio durante le stagioni secche: febbre, tosse, infezioni agli occhi che colpirebbero soprattutto i bambini. La mortalità infantile cresce in particolare nelle zone desertiche: su 1000 bambini nati vivi, 54 non raggiungeranno i 5 anni. Nei paesi industrializzati la media è notevolmente inferiore.

Un altro problema è quello dell'ambiente che risulta fortemente danneggiato: le inondazioni improvvise sono sempre più frequenti e il clima globale sta subendo forti cambiamenti. Nonostante ciò, la popolazione delle zone desertiche è aumentata del 43%, mentre la disponibilità d'acqua è destinata a diminuire a causa del riscaldamento terrestre.

Nuovi tipi di coltivazione e irrigazione, metodi per proteggere il suolo dall'erosione, protezione dei vegetali che stanno ormai scomparendo; queste alcune delle soluzioni proposte dai 1300 ricercatori che hanno lavorato al progetto. Proposte che tengono conto di un elemento di fondo è cioè che dal 20% delle regioni desertiche la vita vegetale è già scomparsa e con essa qualsiasi valenza economica.

Redazione Lanci, Agenzia ZadiG-Roma  

Uragani più intensi per il riscaldamento globale

 27 giugno 2005

Sebbene non ci siano dati certi sul fatto che il riscaldamento globale possa aumentare il numero di uragani, alcune ricerche stanno puntando il dito su un altro punto: ad aumentare potrebbe essere non la frequenza ma l'intensità di questi distruttivi eventi atmosferici.

Secondo Kevin Trenberth, un ricercatore del National Center for Atmospheric Research in Boulder, Colorado, i cambiamenti climatici determinando un riscaldamento ulteriore delle acque tropicali degli oceani, causeranno anche un aumento dell'intensità degli uragani e delle precipitazioni. A dimostrarlo alcune simulazioni condotte a Boulder da Trenberth e dai suoi colleghi. Lo stesso ricercatore pensa che l'aumento nell'intensità delle tempeste atlantiche registrato negli ultimi dieci anni sia dovuto all'aumento delle temperature superficiali dell'Oceano Atlantico e quindi dell'evaporazione.

"Ogni forma di evento atmosferico è influenzato dal riscaldamento globale e quindi anche gli uragani", dice Trenberth, che però si è trovato di fronte all'atteggiamento scettico di molti colleghi.In un articolo pubblicato sulla rivista Bullettin of the American Meteorological Society, due studiosi di meteorologia, Chris Landsea e Kerry Emanuel, sottolineano come i dati siano troppi scarsi e risalgano a troppo poco tempo fa per giungere alla conclusione che gli uragani sono influenzati dal riscaldamento globale.

In particolare, secondo la loro opinione, i cambiamenti registrati sono così piccoli, che potrebbero dipendere dalla normale variabilità annuale all'interno di un trend preciso, piuttosto che dall'influenza di altri fattori. Una posizione che non convince Trenberth il quale ritiene che essendo gli uragani pochi e i cicli molto variabili, individuare un trend preciso per questi fenomeni atmosferici sia impossibile.

Redazione Lanci, Agenzia ZadiG-Roma

Ecco come rispettare Kyoto

 29 giugno 2005

L'Agenzia europea per l'ambiente ha reso noto un rapporto nel quale indica le misure necessarie per abbassare l'emissione di anidride carbonica nel vecchio continente nel prossimo futuro. L'Unione Europea ha un preciso obbiettivo da raggiungere: entro il 2030 l'emissione di gas serra dovrà corrispondere al 40% di quello rilevato nel 1994.

Nel frattempo però, nota l'Agenzia, si distribuiscono ancora nei 15 paesi della UE a 20 paesi 29 000 miliardi di sussidi per la produzione di energia, ma ben il 73% di questi è destinato all'uso dei combustibili fossili. L'Agenzia propone, per rispettare le indicazioni del protocollo di Kyoto, di rinnovare e rendere più efficiente il settore dell'energia, che da solo emette l'80% della CO2 prodotta in tutta l'Unione Europea.

Non è una missione impossibile, sostiene il rapporto, se si utilizzano energie rinnovabili come il vento e le biomasse; in questo modo si otterrebbe già una riduzione dei gas da effetto serra pari al 20%. è inoltre necessario cambiare, sostiene il rapporto, il metodo col quale produrre energia, passando da combustibili con basso contenuto di carbonio a combustibili non fossili. Ci si aspetta inoltre che l'uso di combustibili solidi venga mano a mano sostituito con l'utilizzo del gas naturale. Investimenti e sussidi dovranno incentivare esclusivamente l'uso delle energie rinnovabili, specialmente quella del vento della biomassa che dovranno diventare risorse primarie.

Occorrono più ricerca nelle tecnologie pulite (per esempio nelle celle a combustibile) e nuovi metodi di estrazione e conservazione del carbone. Come ultimo punto, l'Agenzia europea per l'ambiente si rivolge alla popolazione europea perché diventi più consapevole dell'entità del problema e inizi a contribuire alla sua risoluzione, riducendo i consumi di energia.

Redazione Lanci, Agenzia ZadiG-Roma

Aria pulita, temperature più alte

 30 giugno 2005

Per quasi un secolo l'inquinamento atmosferico della civiltà industriale ha creato una sorta di filtro in atmosfera che ha protetto il nostro pianeta dalle radiazioni solari. Ora che i progressi nella lotta all'inquinamento si fanno sentire, la cattiva notizia è che con i cieli più puliti potranno aumentare ulteriormente le temperature medie.

Secondo un articolo pubblicato sulla rivista "Nature", infatti, anche usando stime piuttosto caute sul raffreddamento causato dagli aerosol, è possibile che l'aumento delle temperature diventi entro la fine del secolo ben più forte di quanto stimato dall'IPCC, il gruppo internazionale di scienziati che studia per le Nazioni Unite i cambiamenti climatici.

"La situazione potrebbe diventare difficile — spiega Meinrat Andreae, uno degli autori dell'articolo che lavora all'Istituto Max Planck per la Chimica di Mainz in Germania. A quanto pare il sistema climatico è molto più sensibile alle attività umane di quanto abbiamo pensato fino a oggi. Nella seconda metà del secolo le cose potrebbero diventare del tutto incontrollabili". Si tratta comunque ancora di ipotesi. è vero che man mano che le emissioni diventeranno più pulite, diminuirà la concentrazione di aerosol nell'atmosfera. Per sapere però quale effetto questo fenomeno avrà sul clima è necessario prima mettersi d'accordo su quale effetto di raffreddamento gli aerosol abbiano avuto fino a oggi. E su questo punto esistono molte stime discordanti.

Il ricercatore tedesco e i suoi colleghi hanno usato un modello matematico appositamente sviluppato valutare gli effetti dell'aerosol. Tenendo conto di un riscaldamento attuale della superficie terrestre pari a 1,5 watt per metro quadrato, il modello suggerisce che l'aumento della temperatura sarà tra i 6 e i 10 gradi centigradi entro il 2100. Un aumento che è ben al di là di quello compreso tra gli 1,4 e i 5,8 previsto dall'IPCC.

Non tutti gli scienziati sono d'accordo con i risultati ottenuti da Andreae. In particolare Theodore Anderson dell'Università dello Stato di Washington sottolinea che con valori più alti di raffreddamento causato dagli aerosol, il modello dello studioso tedesco produce aumenti infiniti della temperatura, cosa che significa che probabilmente c'è qualcosa che non va nel modello stesso. La risposta sta in dati migliori, quelli che potrebbero essere forniti dal satellite franco-americano Calypso che sarà lanciato in agosto. Dovrebbe fornire dati sulla distribuzione degli aerosol nell'atmosfera, ma secondo alcuni scienziati ci vorranno circa 20 anni prima di avere una mappa precisa.

Redazione Lanci, Agenzia ZadiG-Roma

Le dune dei deserti africani si rimettono in movimento

30 giugno 2005

Deserti in movimento in Africa meridionale a causa del riscaldamento climatico. L'allarme arriva da un articolo pubblicato sulla rivista "Nature" dal geografo David Thomas dell'Università di Oxford in Gran Bretagna che ha simulato al computer che cosa succederebbe ai deserti se le temperature continuassero a salire con i ritmi che hanno seguito fino a oggi.

I risultati sono preoccupanti: i primi deserti a mettersi in modo sarebbero quelli del Botswana e della Namibia entro il 2040. Poi toccherà a quelli dell'Angola, dello Zimbabwe e dello Zambia attorno al 2070 per finire con una ripresa generale del movimento delle dune di sabbia dal Sud Africa all'Angola entro la fine del secolo. Tutto questo avrà un pesante effetto sull'economia dei paesi interessati, dal momento che il deserto si mangerà terreni coltivabili in abbondanza.

Ovviamente le dune non si spostano nel senso vero e proprio del termine. Al contrario vengono smantellate, granello per granello, dai venti e ricostruite poco più in là. Di solito però le dune sono ancorate al suolo: e così è ancora oggi per quelle dei deserti africani meridionali. Di fatto sono rimaste stabili negli ultimi 10 000 anni e sono oggi sfruttate nella povera agricoltura e pastorizia di quelle regioni. Il motivo della stabilità è molto semplice e dipende dalla presenza di vegetazione sulle pareti delle colline di sabbia. Se circa il 14% della superficie della duna è coperta da arbusti e erbe, la capacità del vento di spostare i granelli di sabbia è ridotta.

Secondo Thomas, il riscaldamento globale romperà questo equilibrio. L'aumento delle temperature nelle regioni tropicali comporterà un aumento dell'erosione delle dune da parte dei venti. Alcune previsioni suggeriscono che l'erosione raddoppierà in Africa australe entro il 2100 e negli Stati più settentrionali della regione potrebbe addirittura quadruplicarsi. Questo accadrà perché si ridurranno le precipitazioni in modo tale che la vegetazione che funge da ancora per le dune a poco a poco scomparirà. Anche se le precipitazioni non dovessero diminuire o al contrario aumentassero di poco, ad aumentare sarebbe comunque l'evaporazione dell'umidità dal suolo a causa delle temperature più alte. E le piante morirebbero ugualmente.

         Ecco gli effetti dei cambiamenti climatici sull'Europa

 8 luglio 2005        

  Nei prossimi anni la temperatura aumenterà tanto da influenzare le abitudini e l'economia dell'Europa. Lo dice uno studio che ha coinvolto otto paesi europei, coordinato da Jean Palutikof, esperto climatologo mondiale, presentato al centro internazionale di studi dei cambiamenti climatici Climatic Research Unit di Norwich, Gran Bretagna.

            Questo studio è durato tre anni e grazie a modelli matematici  statistici ha permesso di fare delle previsioni climatiche fino al 2070, stimando le conseguenze che queste avranno su sei specifici settori economici: turismo, acqua, agricoltura, zone boschive, energia e il settore delle assicurazioni.

Le ondate di caldo saranno più intense e persistenti, mentre le stagioni fredde saranno più brevi. I giorni con temperature sotto lo zero diminuiranno fino a quattro mesi nel nord Europa entro il 2070. Le zone mediterranee subiranno lunghi periodi di siccità d'estate e piogge torrenziali con allagamenti d'inverno, i temporali invernali aumenteranno soprattutto nell'Europa dell'ovest. Per quel che riguarda le conseguenze economiche dei cambiamenti climatici, risentiranno della nuova situazione i settori del turismo, dell'energia, della sicurezza. Lo sport invernale sulle Alpi sarà possibile solo con la neve  artificiale, con un aumento dei costi: lo spessore della neve diminuirà infatti del 20-30% entro il 2020. I periodi di siccità intensa e prolungata cambieranno le abitudini degli europei in fatto  di vacanze estive: le ferie primaverili saranno preferite rispetto a quelle di ferragosto e gli abitanti del sud Europa dovranno spostarsi più a nord, in cerca di refrigerio. L'agricoltura subirà delle perdite a causa della riduzione dei raccolti. Le colture infatti avranno un periodo di crescita minore, saranno possibili maggiori stress termici durante il periodo della fioritura e un maggior rischio di allagamenti durante quello della semina. Queste condizioni saranno avvertite con maggiore entità nel sud del Mediterraneo e nel nord Africa.

            È atteso anche un maggior rischio di incendi dei boschi per un aumento di giorni secchi e caldi. L'estate del 2003 è stata la più

calda dal 1500, e in quel caso sono andati distrutti per incendio mezzo milione di ettari di foreste nell'Europa del Mediterraneo. E  ogni ettaro costa all'economia europea dai 1000 ai 5000 euro. Anche la produzione dell'energia idroelettrica in Europa è a rischio in condizioni di temperature estreme. In Germania nel 2003 si sono ridotte del 20% le capacità di produzione di energia idroelettrica in agosto, per il caldo eccessivo. Infine, considerato il tasso di rischio maggiore di calamità naturale, aumenteranno in proporzione i premi assicurativi per i beni immobili.

Redazione Lanci, Agenzia ZadiG-Roma

 

Uragani sempre più forti negli ultimi 35 anni

 

Gli uragani di categoria 4 e 5, quelli della stessa intensità di Katrina, sono quasi raddoppiati negli ultimi 35 anni. Lo dimostra uno studio che sarà pubblicato domani sulla rivista "Science" condotto da Peter Webster, del Georgia Tech Institute di Atlanta. Webster ha preso in esame tutti i dati disponibili sulle tempeste tropicali in cinque bacini oceanici nel periodo compreso tra il 1970 e il 2004. Ed è giunto alla conclusione che l'intensità degli uragani (misurata sulla forza del vento) è aumentata in questo periodo, mentre il numero totale di tempeste e la loro durata sono oscillati e negli ultimi anni hanno mostrato una tendenza alla riduzione.

"Negli anni Settanta — spiega Webster — gli uragani di categoria 4 e 5 in tutti gli oceani erano circa dieci all'anno. Dalla fine degli anni Novanta, sono invece aumentati, anzi quasi raddoppiati, raggiungendo quota 18. Dunque, 35 anni fa, le tempeste di questa categoria erano circa il 20% del totale, oggi sono circa il 35% ". L'aumento maggiore si è registrato nel Pacifico settentrionale, in quello sudoccidentale, nell'Oceano Indiano e nell'Atlantico settentrionale.

Ancora poco chiari i motivi di questo aumento di intensità, ma secondo Webster esiste un chiaro collegamento con il riscaldamento globale. "L'aumento — dice — ha iniziato a verificarsi in corrispondenza con l'aumento della temperatura della superficie degli oceani a sua volta determinato dal riscaldamento globale".

"Si tratta — continua — di un legame complesso. Anche perché non sappiamo ancora come spiegare il fatto che negli anni Novanta c'è stata una tendenza alla riduzione del numero totale di uragani e alla loro longevità". Solamente nell'Atlantico settentrionale c'è stato infatti anche un aumento della frequenza degli uragani, dai sei-sette delle decadi precedenti agli otto-nove degli anni Novanta. L'aumento degli uragani di categoria 4 e 5 in questa zona è stato del 56%, passando dai 16 registrati tra il 1975 e il 1989, ai 25 del periodo compreso tra il 1990 e il 2004.

16 settembre 2005

Redazione di Ulisse     

I cambiamenti climatici stanno accelerando?

Il clima sta per cambiare nel corso del secolo più rapidamente che mai, causando la fusione del ghiaccio marittimo nella regione artica. Questa è l'ultima previsione catastrofica presentata dagli scienziati dell'Istituto Max Planck di Amburgo nel corso di una conferenza tenuta nei giorni scorsi.

Secondo i calcoli compiuti dai ricercatori tedeschi, nei prossimi anni imminenti cambiamenti climatici porteranno a una serie di conseguenze ambientali serie. Secondo le stime elaborate dai climatologi, la temperatura globale potrebbe aumentare fino a 4°C nei prossimi cento anni. Le conseguenze più immediate saranno la fusione dei ghiacci della calotta artica e alluvioni sempre più frequenti legate a piogge invernali più intense.

Inoltre l'alternarsi di inverni umidi ed estati asciutte avrebbe gravi conseguenze anche sul piano della produzione agricola. "Il risultato significativo di questi scenari futuri è il progressivo innalzamento della temperatura globale e lo spostamento delle zone climatiche", ha spiegato il responsabile del progetto Erich Roeckner.

Queste variazioni avranno conseguenze anche sul piano dell'industria forestale. "Questo settore - ha spiegato ancora Roeckner - dovrà diversificare la sua offerta puntando su specie arboree diverse da quelle attualmente utilizzate". Il modello elaborato dall'Istituto tedesco sulla base delle analisi delle interazioni tra atmosfera e oceano rivela anche tutti i danni che il mutamento climatico apporta al ciclo del carbonio, ma anche gli effetti sull'aerosol, sull'ecosistema terrestre e marittimo, sull'idrologia, la qualità dell'aria e sui sistemi socio-economici. I risultati della ricerca sul clima appariranno nella quarta edizione del rapporto elaborato dall'IPCC, il panel di ricercatori coordinati dalle Nazioni Unite proprio per valutare gli effetti di questo fenomeno.

3 ottobre 2005

Redazione di Ulisse

 

 

Africa a secco a causa dei cambiamenti climatici

 

Il Sahel diventerà molto più secco nei prossimi anni a causa del riscaldamento climatico. A dirlo è uno studio pubblicato sulla rivista "Proceedings of the National Academy of Sciences" e presentato alla conferenza delle Nazioni Unite sul clima in corso in questi giorni a Montreal. Secondo lo studio, realizzato da Isaac Held della National Oceanographic and Atmospheric Administration (NOAA), "anche confrontando la situazione del Sahel con quella estremamente arida degli anni Settanta e Ottanta, la regione diventerà sempre più secca verso la fine del XXI secolo, con una riduzione delle precipitazioni in media del 30% rispetto all'ultimo secolo".

Provata dalla siccità degli anni Settanta e Ottanta, la regione ha avuto un aumento delle precipitazioni negli anni Novanta, ma il livello è ancora al di sotto rispetto a quello pre anni Settanta. Ma oltre al Sahel, a essere a rischio è anche l'Africa australe.

Un altro studio della NOAA, questa volta condotto da Marty Hoerling, prevede infatti un futuro arido per la regione. "Tra il 1950 e il 1999, c'è stato una diminuzione del 20% delle piogge estive sulla regione", dice Hoerling, che spiega come i modelli al computer indichino che la siccità aumenterà spostandosi sempre più verso sud.

Lo studio avanza anche l'ipotesi che a regolare le precipitazioni sull'Africa australe sia più l'Oceano Indiano che quello Atlantico. In questo caso, l'aumento della temperatura dell'Oceano Indiano potrebbe ridurre le precipitazioni sull'Africa, più di quanto venga determinato dalla differenza di temperatura tra le acque dell'Atlantico settentrionale e meriodionale, che fino a oggi sembra giocare un ruolo fondamentale.

30 novembre 2005

Il livello del mare si alza a una velocità doppia rispetto al passato

Secondo una ricerca condotta da un team di ricercatori della Rutgers University del New Jersey, il livello degli oceani starebbe crescendo di 2 millimetri l'anno, contro il solo millimetro annuale di incremento avvenuto nelle ultime migliaia di anni. E il principale responsabile sembra essere il riscaldamento globale provocato dall'uomo. Se la velocità con cui gli oceani si stanno innalzando non è certo sufficiente per farne un buon film catastrofico, è però abbastanza per confermare le preoccupazioni degli scienziati riguardo al riscaldamento globale.

In un articolo pubblicato sull'ultimo numero di "Science" (vol. 310, numero 5752), Kenneth G. Miller, professore di scienze geologiche alla Rutgers University, ha riportato le misurazioni sul livello dei mari negli ultimi 100 milioni di anni, svolte grazie a perforazioni e carotaggi effettuati lungo la costa del New Jersey. I dati segnalano un aumento annuale di circa 1 millimetro da 5000 anni fa fino a circa 200 anni fa.

Al contrario, le misurazioni sull'attuale livello dei mari dal 1850 a oggi, effettuate tramite mareografi e, più recentemente, attraverso immagini satellitari, hanno rivelato che l'aumento è a un livello doppio, cioè di 2 millimetri l'anno. "Senza informazioni che ci permettessero di confrontare le misurazioni attuali con quelle di una ampio spettro del passato, non avremmo mai potuto essere sicuri di cosa stesse realmente accadendo - ha detto Miller -. Ora, con solidi dati storici, possiamo dire che l'innalzamento del livello dei mari è un fenomeno recente".

"La cosa principale che è cambiata dal XIX secolo è stato l'utilizzo dei combustibili fossili e l'emissione di gas serra - ha aggiunto -. I dati che abbiamo raccolto possono fungere da nuovo punto di partenza per gli studi sul riscaldamento globale indotto dall'uomo".

Il team guidato da Miller ha studiato 5 campioni di 500 metri l'uno di sedimenti lungo la costa del New Jersey, ne ha esaminato la composizione, i fossili, la datazione con gli isotopi e il diverso livelli raggiunto nel tempo dagli stessi elementi. Miller ha poi confrontato i suoi dati con quelli provenienti da altre parti del mondo per valutarne la portata planetaria.

25 novembre 2005

Carota di ghiaccio svela i segreti del clima del passato

L'analisi delle bolle d'aria intrappolate nella carota di ghiaccio ottenuta dal sito Dome C in Antartide ha permesso di estendere le conoscenze sul clima della Terra fino a 650.000 anni fa. In due articoli pubblicati sulla rivista "Science" (vol. 310, numero 5752), i ricercatori del progetto EPICA(European Project for Ice Coring in Antarctica) spiegano di aver ottenuto due risultati importanti.

Il primo è il fatto di aver stabilito una relazione stabile tra il clima e il ciclo del carbonio, relazione che occupa tutto il periodo del Pleistocene, da 390.000 a 650.000 anni fa. Il secondo è di aver valutato i livelli di ossidi di azoto e di metano nello stesso periodo geologico.

Dal primo risultato emerge un dato preoccupante: le attuali concentrazioni di anidride carbonica nell'atmosfera sono del 27% più alte di quelle mai registrate durante il Pleistocene. "Questo dimostra che la scala temporale secondo la quale gli esseri umani stanno cambiando il clima del pianeta è molto più veloce di quella dei cicli naturali", spiega uno degli autori di entrambi gli articoli Thomas Stocker del Physics Institute dell'Università di Berna.

Le informazioni ottenute da questa carota di ghiaccio permettono di esaminare anche il nostro periodo interglaciale attuale. Dati che finora non erano contenuti all'interno della precedente carota di ghiaccio più lunga, quella di Vostok.

Le similitudini tra il periodo attuale e quello precedente esaminato dalla carota sembrano dipendere da una configurazione simile delle orbite terrestri: è infatti la posizione relativa della Terra rispetto al Sole a essere il fattore determinante nella comparsa delle ere glaciali. "I dati indicano che il sistema climatico può rimanere in un periodo caldo per 20.000 o 30.000 anni, una cosa che non potevamo ipotizzare sulla base di quanto sapevamo prima", continua il ricercatore.

I dati ottenuti sul metano e sulle concentrazioni di anidride carbonica offrono anche spunti per valutare l'impatto sul clima di attività umane precedenti a quelle industriali, come la deforestazione e la coltura del riso.

25 novembre 2005

 

La Corrente del Golfo sta rallentando

La Corrente del Golfo, il principale attore del clima dell'emisfero settentrionale ha perso, negli ultimi 50 anni il 30 per cento della sua forza. Sono queste le conclusioni di uno studio pubblicato sulla rivista Nature (Vol. 438, numero 7068).

Molti modelli climatici elaborati al computer avevano già indicato che il processo di riscaldamento climatico avrebbe causato ripercussioni sulla Corrente del Golfo, con conseguenze gravi per il clima soprattutto nel Nord Europa. La corrente con il suo flusso di acqua calda proveniente dalla zona dei Caraibi, determina in maniera consistente la mitezza del clima sulle coste atlantiche europee ed è anche la ragione per la quale vasti tratti del Mare del Nord sono liberi dai ghiacci. Secondo le stime un'interruzione di questo flusso di acqua calda si tradurrebbe, nell'arco di dieci anni, nella riduzione delle temperature medie in Europa di 4-10 gradi centigradi.

I ricercatori inglesi, guidati da Harry Bryden del National Oceanography Centre di Southampton, nel corso di una crociera di studio hanno analizzato i dati relativi alla salinità e alla densità dell'acqua di profondità lungo una linea che attraversa l'intero Oceano Atlantico a circa 25 gradi di latitudine Nord. Proprio in questa regione, a causa di una variazione di questi due parametri le acque calde che arrivano dal Sud si inabissano spingendo più a Sud le acque fredde profonde. Queste ultime scendono lungo la costa orientale degli Stati Uniti e tornano ad alimentare le acque della zona dei Caraibi, chiudendo così il ciclo.

I ricercatori hanno scoperto che la quantità di acqua che torna verso i Caraibi è diminuita del trenta per cento rispetto alle osservazioni compiute nel 1957. Bryden e i suoi collaboratori non spiegano la causa del fenomeno, ma secondo molti studi, la variazione di salinità delle acque oceaniche determinato dall'aumento del flusso di acqua dolce che arriva negli oceani a causa dello scioglimento dei ghiacciai della Groenlandia, avrebbe come diretta conseguenza l'indebolimento del flusso d'acqua che viene generato dalla Corrente del Golfo.

1 dicembre 2005

 

Agenzia ZadiG-Roma

 

 

Riportiamo di seguito un articolo tratto da un rapporto riguardante le proprietà meteorologiche ed astronomiche del sito Dome C in Antartide, a cura del comitato INAF per l'astrofisica in Antartide (S.Ortolani, L.Gregorini, M.Lattanzi, L.Testi)

Il documento è stato fornito per gentile concessione dal prof. Sergio Ortolani del Dipartimento di Astronomia dell'Università di Padova.

 

1.2.5 Stabilità del clima

 

Secondo la commissione “Intergovernmental Panel on Climatic Change” (IPCC, 2001) le regioni polari sono piu’ sensibili di ogni altro sito sulla terra ai cambiamenti climatici (WG II, Sec. 7.5, 1996).

La temperatura di scioglimento dei ghiacci e’ un parametro cruciale in queste regioni che sono in gran parte ricoperte da ghiacci per quasi tutto l’anno. Quando la temperatura attraversa questa soglia si manifestano importanti cambiamenti nella fisica del suolo, del mare e dell’atmosfera. Di conseguenza, ogni cambiamento che sposta il limite di congelamento, sia nello spazio che nel tempo, ha un impatto considerevole.

 

Variazioni decennali

 

Variazioni di temperatura in scala decennale o minore, di carattere quasi periodico, sono evidenti nel Pacifico del Sud a latitudini subtropicali e temperate. Il fenomeno, noto come El Nino Southern Oscillation (ENSO) ha un effetto profondo nel clima del Pacifico e fa risentire i suoi effetti sulle condizioni astronomiche anche a ridosso delle Ande cilene (Beniston et al., 2002).

ENSO ha un effetto diretto sul clima di vaste aree del pianeta, incluso l’emisfero Nord, dalle coste dell’Asia all’America settentrionale. E’ stato anche attribuito ad ENSO un ruolo importante nelle oscillazioni climatiche della regione africana del Sahel. Si arriva al punto che non e’ piu’ sorprendente che ogni volta che viene fatta un’analisi approfondita  sul clima regionale emerga l’effetto dell’ENSO. Questo fa supporre che l’ENSO possa manifestare i suoi effetti a distanza anche nelle regioni piu’ remote del pianeta. Non si deve pero’ dimenticare che la maggior parte delle ricerche sugli effetti dell’ENSO sono concentrate nelle regioni piu’ popolose (subtropicali e temperate).

Il legame tra l’ENSO e il clima in Antartide (Turner, 2004) e’ difficile da provare, non solo per la rilevante differenza tra le varie parti del continente, ma anche per la scarsita’ dei dati e la loro limitata estensione nel tempo. Mentre nella parte costiera sembra esserci una relazione tra

 

ENSO e la modulazione dell’onda di Rossby circumpolare, ed variazioni locali di temperatura con l’indice SOI (southern oscillation index), le analisi dai dati ottenuti attraverso l’altopiano non danno risultati stabili perché i campioni di ghiaccio risentono di mescolamento di neve superficiale. E’ stata tuttavia notata una relazione  tra l’abbassamento della pressione locale e l’aumento dell’anomalia di ENSO. Non si possono però stabilire altre relazioni climatiche significative legate a questo fenomeno.

 

Si può quindi concludere che, mentre significative variazioni del clima si stanno verificando lungo la costa antartica, l’altopiano si presenta come una regione relativamente piu’ stabile, anche se non sono da escludere effetti su scala decennale legati ad ENSO.

 


 

 

 


Figura 5. Anomalia della temperatura invernale nella penisola antartica dal 1900 al 1990

 

 

 

Variazioni secolari

 

C’e’ sempre piu’ evidenza, dalla recente letteratura, sia da dati metorologici dal suolo, che dalle misure da satelliti, che la troposfera e il suolo della Terra si stanno riscaldando globalmente alla media di 0.15 – 0.4 0C / 10 anni (Menglin, 2000, Vinnikov e Grody, 2003, Qiang et al., 2004).

C’e’ stata una tendenza verso temperature piu’ alte anche in parti dell’Artide e dell’Antartide, soprattutto negli ultimi 50 anni. La figura 5 mostra le anomalie della temperatura invernale nella penisola antartica tra il 1900 e il 1990 (IPCC, 2001).

 

Benche’ molto piu’ modeste del “global warming” le anomalie mostrano comunque una tendenza verso un aumento della temperatura.

Un aumento di ben 0.56 0C / 10 anni dal 1945 e’ stato riportato dalla Stazione Faraday sulla costa ovest della penisola antartica (King, 1994). Il ritiro e il collasso di alcuni ghiacciai sono consistenti con il riscaldamento globale della regione costiera. Per quanto riguarda il ghiaccio del continente antartico, tuttavia, i prelievi di ghiaccio non danno risultati uniformi e definitivi. In alcuni campioni c’e’ indizio di riscaldamento, in altri di diminuzione di temperatura. E’ piu’ chiaro invece l’aumento  della coltre globale di ghiaccio (almeno il 5-10%) nelle ultime decadi (IPCC, 2001).

L’apparente contraddizione puo’ essere spiegata con il tempo di risposta al clima, molto diverso tra i ghiacciai marini e il ghiaccio dell’altopiano. I ghiacciai marini reagiscono in modo quasi istantaneo alle variazioni di temperatura dell’acqua e dell’aria, mentre il ghiaccio continentale ha tempi di risposta dell’ordine di migliaia di anni e quindi puo’ non essere in equilibrio con il clima attuale. In ogni caso le temperature del continente antartico sono cosi’ basse che solo una parte molto modesta puo’ risentire di un processo di fusione con aumenti di temperatura al piu’ di qualche grado.

Benche’ i modelli non siano ancora in grado di riprodurre con sufficiente accuratezza gli effetti locali del riscaldamento globale, c’e’ tuttavia accordo sull’idea che mentre la regione costiera risente del riscaldamento e il limite permanente dei ghiacci si sposta progressivamente verso sud, all’interno del continente la temperatura non sta cambiando in modo apprezzabile. Tendono invece ad aumentare le precipitazioni e quindi l’accumulo di ghiacci.

         Il lungo caldo del XX secolo

Il caldo che ha caratterizzato il XX secolo si è concentrato nel periodo di anomalia climatica più lungo degli ultimi 1200 anni. Sono queste le conclusioni di uno studio pubblicato oggi sulla rivista "Science" (vol 311, n. 5762) da un gruppo di ricercatori dell'Università dell' East Anglia in Inghilterra.

I dati sono stati raccolti prendendo in esame i cambiamenti climatici registrati negli anelli degli alberi, nelle conchiglie fossili e presenti nei campioni ottenuti facendo il carotaggio dei ghiacci. I ricercatori, coordinati da Timothy Osborn e Keith Briffa, hanno anche preso in esame i diari personali di gente vissuta negli ultimi 750 anni. Infine a partire dalla seconda metà dell'Ottocento, i ricercatori hanno analizzato anche i dati raccolti attraverso le osservazioni meteorologiche scientifiche.

L'analisi ha confermato che c'è stato un periodo significativo di riscaldamento atmosferico nell'emisfero settentrionale tra l'890 e il 1170 (il cosiddetto "periodo medioevale caldo") e una serie di periodi molto più freddi tra il 1580 e il 1850 (la cosiddetta "piccola età glaciale"). I dati però hanno mostrato anche che l'attuale periodo di riscaldamento è quello in cui l'anomalia nelle temperature dura da più lungo tempo a partire dal nono secolo dopo Cristo. "Gli ultimi 100 anni sono molto diversi dagli altri periodi in cui c'è stata l'anomalia climatica e tendono a battere ogni record precedente", spiega Timothy Osborn.

Le registrazioni hanno riguardato 14 punti dell'emisfero settentrionale e in particolare la Scandinavia, la Siberia e le Montagne Rocciose, di cui sono stati esaminati gli anelli dei tronchi degli alberi sempreverdi. Ancora, gli scienziati hanno preso in esame la composizione del ghiaccio delle carote estratte in Groenlandia e alcuni diari di persone vissute in Belgio e Olanda, che ad esempio hanno annotato gli anni in cui i canali ghiacciavano. "In pratica - dice Osborn - abbiamo contato gli anni in cui i dati raccolti indicavano una temperatura più alta e gli anni in cui indicavano una più bassa rispetto alla media".

11 febbraio 2006

Redazione Agenzia ZadiG Roma

L'intensità degli uragani non dipende dai cambiamenti climatici

I cambiamenti climatici non sarebbero la causa del fatto che la passata stagione di uragani e cicloni è stata una delle peggiori mai registrate. A dirlo un rapporto presentato alla Commissione per le scienze atmosferiche della World Meteorological Organization dal capo dell'ufficio di meteorologia australiano John McBride

Secondo McBride, non c'è dubbio che le passate stagioni siano state tra le più intense dal punto di vista degli uragani, ma è anche vero che i dati in nostro possesso risalgono in fin dei conti a soli 40 anni fa, cioè all'inizio dell'osservazione satellitare. L'idea che i cambiamenti climatici facciano aumentare il calore della superficie del mare e da qui la potenza delle tempeste è in effetti troppo semplice, insiste l'esperto. "Ci sono altre condizioni che determinano la forza dei cicloni, come la struttura dei sistemi dei venti", aggiunge.

McBride inoltre ritiene che non ci sia prova del fatto che i cicloni siano diventati più frequenti o che lo diventino in futuro o che possano colpire anche altre regioni al mondo. L'idea che negli ultimi 50 anni sia aumentata anche l'intensità di questi fenomeni naturali è da rivedere, perché i dati raccolti in passato sono poco accurati o incompleti a causa delle limitazioni tecnologiche di allora. È vero invece che appaiono in crescita i danni che i cicloni causano in termini di morti e distruzione, ma questo dipende dal fatto che ll ecoste sono più popolate, piuttosto che dall'intensità dei fenomeni.

Quello che preoccupa di più l'esperto australiano è il fatto che i livelli del mare stanno salendo. Se questo venisse confermato, allora il riscaldamento globale potrebbe avere un effetto indiretto sulla potenzialità dei cicloni di causare danni, aumentando l'impatto delle tempeste che arrivano dal mare e si abbattono sulle coste.

21 febbraio 2006

Redazione Agenzia ZadiG Roma

La Groenlandia si scioglie sempre più velocemente

 

I ghiacciai della Groenlandia stanno scivolando in mare molto più rapidamente del previsto: la quantità di ghiaccio affluita nell'Oceano Atlantico è raddoppiata negli ultimi cinque anni, e oggi il contributo della Groenlandia all'innalzamento del livello del mare è 2 o 3 volte superiore a quello del 1996.

Lo afferma uno studio pubblicato su "Science" (vol. 311 n. 311) da ricercatori della NASA e dell'Università del Kansas, sulla base di dati ricavati da monitoraggi satellitari. Finora si pensava che il tempo di scioglimento dell'intero strato di ghiaccio richiedesse fosse di circa 1000 anni, ma ora nuovi studi fanno pensare che potrebbe essere molto più breve, anche se ancora non è stato possibile stabilire quanto.

Di conseguenza, anche il livello del mare potrebbe salire più rapidamente. Se tutto il ghiaccio groenlandese si sciogliesse, il livello del mare nel mondo salirebbe di sette metri.

"Siamo preoccupati perché sappiamo che in passato il livello del mare era in grado di salire anche dieci volte più rapidamente. Se dovesse verificarsi di nuovo, non sono sicuro che sapremmo gestire la situazione", spiega Eric Rignot della NASA, uno degli autori della ricerca.

I ghiacci della Groenlandia coprono una superficie di 1,7 milioni di chilometri quadrati (quasi sei volte l'Italia), e il loro spessore arriva a 3 chilometri. Nel 1996 la quantità totale diminuiva di circa 100 chilometri cubi di ghiaccio all'anno, ma nel 2005 il dato è salito a 220 chilometri cubi: più di 200 volte la quantità d'acqua usata in un anno dalla città di Los Angeles.

Con tutta probabilità il fenomeno è dovuto, in particolare nella parte meridionale dell'enorme isola, all'innalzamento della temperatura atmosferica: negli ultimi 20 anni la temperatura nella Groenlandia sudorientale è aumentata di 3 gradi. Ma anche il nord dell'isola ha subito un riscaldamento negli ultimi anni, e questo potrebbe causare un maggiore scioglimento dei ghiacciai. Per questo i ricercatori hanno in programma di continuare il monitoraggio satellitare.

17 febbraio 2006

Redazione Lanci - Agenzia ZadiG Roma

 

 

Duecento anni di clima in Italia: fa più caldo e piove di meno

Piove di meno e le temperature sono un po' più alte. Sono questi i principali cambiamenti al clima italiano che si sono verificati negli ultimi 200 anni, almeno secondo i dati raccolti dettagliatamente dal CNR su un database di oltre cento stazioni meteorologiche. Il lavoro di recupero e l'analisi dei dati è stato condotto da Teresa Nanni e Michele Brunetti, ricercatori dell'Istituto di Scienze dell'Atmosfera e del Clima (ISAC) del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Bologna, in collaborazione con Maurizio Maugeri dell'Università di Milano.

I dati sono pubblicati sulla rivista "International Journal of Climatology". Dall'analisi del database si è osservata una crescita della temperatura media dell'ordine di 1,7°C nell'arco degli ultimi due secoli. Per ora si sono osservati i dati relativi alla temperatura e alle piogge, ma più avanti si vedrà anche che cosa è accaduto per la pressione atmosferica e la copertura nuvolosa. "I primi dati - spiega Brunetti - ci indiano già che nell'ultimo mezzo secolo la pressione a livello del mare è aumentata e la copertura nuvolosa è diminuita".

Lo studio per ora ci dice che gli anni più piovosi sono quelli attorno al periodo che va dal 1840 al 1850, e poi ancora nei primi anni del 1900, nel 1960 e nel 1980. Al contrario, gli anni più secchi sono stati quelli attorno al 1940 e poi di nuovo alla fine del secolo, nel 1990. Ma se prendiamo in considerazione tutto l'arco dei 200 anni, vediamo che nel complesso la pioggia è diminuita del 5% ogni secolo.

Teresa Nanni spiega poi che "studiando l'andamento delle temperature minime e massime giornaliere si è visto un aumento più forte nelle prime rispetto alle seconde. Se però si considerano solo gli ultimi 50 anni la situazione è capovolta, con le temperature massime che crescono più delle minime".

01 marzo 2006

   

Redazione Lanci - Agenzia ZadiG Roma

Antartide addio?

 

La calotta di ghiaccio che ricopre l'Antartide si sta sciogliendo letteralmente come un enorme ghiacciolo. Ogni anno perde infatti circa 152 chilometri cubi di acqua. Si tratta di una quantità enorme. A scoprirlo sono stati ricercatori americani dell'Università del Colorado di Boulder che hanno esaminato i dati rilevati dai satelliti della NASA. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista “Science” (vol. 311 n. 5765).

“Si tratta del primo studio che quantifica lo scioglimento della calotta antartica, il principale serbatoio di ghiaccio del pianeta con oltre il 90% del totale”, ha spiegato una delle principali autrici della ricerca, Isabella Velicogna del CU-Boulder's Cooperative Institute for Research in Environmental Sciences.

L'osservazione effettuata dai satelliti contraddice le previsioni elaborate precedentemente dai ricercatori in merito alle conseguenze del riscaldamento del pianeta e accolte all'interno del rapporto pubblicato nel 2001 dall'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC). Questo rapporto prevedeva che nel corso di questo secolo il riscaldamento delle temperature avrebbe causato un aumento delle precipitazioni atmosferiche sull'Antartide e quindi un ampliamento della sua copertura di ghiacci. Lo studio mostra al contrario che è in corso una significativa riduzione delle precipitazioni che non riescono quindi a bilanciare la perdita di ghiaccio dovuta allo scioglimento. Un fenomeno esteso a tutto il continente ma che ha nel suo settore occidentale il suo epicentro. Il bilancio idrico della calotta antartica è stato elaborato attraverso l'analisi dei dati trasmessi dai satelliti della NASA, GRACE (Gravity Recovery and Climate Experiment) nel periodo compreso tra il mese di aprile del 2002 e agosto del 2005.

I satelliti sono riusciti a misurare dettagliatamente la quantità di ghiaccio presente sulla calotta polare misurando le variazioni delle linee di forza della gravità terrestre. Lo scioglimento della sola calotta occidentale dell'Antartico, otto volte più piccola di quella orientale, produrrebbe il sollevamento dei livelli degli oceani pari a circa 6 metri.

2 marzo 2006

 

Nuovo record per i livelli di anidride carbonica

 

Ricercatori americani hanno registrato un significativo aumento delle concentrazioni di anidride carbonica nell'atmosfera. A quanto pare, i livelli hanno raggiunto un nuovo record. Secondo i dati, i livelli sono arrivati a 381 parti per milione (ppm), 100 ppm al di sopra dei livelli registrati in epoca pre industriale.

La ricerca è stata realizzata dalla National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) americana e indica che il 2005 ha fatto registrare l'aumento maggiore degli ultimi anni pari a 2,6 ppm. I dati sono stati raccolti sulla base di campioni di aria atmosferica raccolti un po' in tutto il mondo.

La NOAA spiega che questi dati confermano il trend individuato negli ultimi anni e che il tasso di incremento dell'anidride carbonica nell'atmosfera ha ormai una velocità doppia rispetto a quanto aveva 30 anni fa. "Non vediamo alcun segno di riduzione, anzi stiamo individuando un evento del tutto opposto: il tasso di aumento è sempre più veloce", conferma uno dei ricercatori NOAA Pieter Tans. L'anidride carbonica è il principale gas che causa l'effetto serra e la sua concentrazione precisa nell'atmosfera è un elemento di informazione decisivo per i climatologi. Si teme infatti che superando certe soglie di concentrazione la presenza dei gas serra scateni ulteriori cambiamenti climatici, sempre più veloci.

Secondo David King, il capo dei consiglieri scientifici del governo britannico, i nuovi dati sottolineano la necessità di prendere misure urgenti per limitare le emissioni di carbonio nell'atmosfera. "Oggi siamo a oltre 380 ppm, il livello più alto che abbiamo visto da circa un milione di anni e forse da 30 milioni di anni. Ormai l'umanità sta cambiando il clima", ha detto commentando la notizia.

14 marzo 2006

   

Redazione Lanci - Agenzia ZadiG Roma

Mari più alti nel 2100

 

Lo scioglimento della calotta polare antartica e di quella della Groenlandia potrebbe essere più veloce del previsto e determinerà un aumento del livello degli oceani fino a 6 metri entro la fine del secolo. La previsione arriva da due studi che pubblicati sulla rivista "Science" (Vol 311, n. 5768) da esperti americani dell'Università dell'Arizona di Tucson e di quella del Colorado di Boulder.

Per la prima volta, gli esperti hanno preso in esame nelle loro simulazioni al computer le condizioni climatiche della Terra di 130 000 anni fa e le hanno messe in correlazione con quelle attuali. Le conclusioni sono drammatiche: se le temperature attuali continuassero a crescere con questi trend, entro la fine del secolo la temperatura estiva potrebbe essere aumentata tra i 3 e i 5 gradi centigradi. Si tratterebbe di una situazione del tutto simile a quella del periodo interglaciale iniziato circa 130 000 anni fa e concluso 116 000 anni fa. All'epoca, a causa di cambiamenti nell'orbita terrestre gran parte della calotta della Groenlandia si era sciolta, determinando un aumento del livello del mare tra i due e i tre metri.

I ricercatori americani, però, si sono spinti più in là e per la prima volta hanno affermato che oltre ai ghiacci dell'emisfero settentrionale in una situazione simile si scioglierebbero anche quelli del Polo Sud. Questo aggiungerebbe altri due-tre metri di altezza al livello del mare, portando il totale a un massimo di sei metri. Non si tratta di una ipotesi campata in aria, dal momento che gli studi condotti sui sedimenti e sulle barriere coralline mostrano che 130 000 anni fa il mare era più alto di circa sei metri e che anche parte della calotta polare meridionale si era sciolta. Nello studio vengono anche indicate le zone che sarebbero inondate negli USA: tutte le coste della Florida, parte di quelle della Carolina settentrionale, dell'Alabama, della Lousiana e al nord del Massachusetts e del Rhode Island. New Orleans scomparirebbe definitivamente.

23 marzo 2006

Dieci caldi anni                    da   http://ulisse.sissa.it/scienzaEsperienza/notizia/2007/ago/Uesp070810n002

Per la prima volta uno studio sul clima ha potuto prevedere con precisione l'andamento delle temperature nei prossimi dieci anni, dimostrando così i rischi più prossimi del riscaldamento globale.

Secondo un gruppo di ricercatori, che ha sviluppato il primo accurato modello di studio del clima del pianeta riferito ai prossimi dieci anni, quello a cui assisteremo assomiglierà probabilmente a un gioco al rialzo delle temperature globali.

Le previsioni sviluppate dagli scienziati sono state realizzate grazie a una tecnica innovativa che combina gli approcci usati dai metereologi, che tipicamente elaborano studi relativi a pochi giorni successivi, e quelli usati da chi si occupa di modelli climatici, dove vengono realizzate previsioni che arrivano fino alla fine del secolo.

Il risultato è stato un modello che può realizzare previsioni accurate fino all'anno 2015, colmando finalmente un vuoto che da molto tempo caraterizzava gli studi sul clima.

Sebbene la media delle temperature globali è stata relativamente piatta negli anni recenti, in base al modello inizierà ad aumentare nuovamente a partire dal prossimo anno.

Almeno la metà degli anni compresi tra il 2009 ed il 2015 supererà il precedente record di anno più caldo mai registrato. Entro il 2015, le temperature globali saranno in media 0,5 gradi più alte del valore medio registrato negli ultimi 30 anni.

"Si tratta di uno studio molto importante", afferma Rong Zhang, oceanografo al Geophysical Fluid Dynamics Laboratory di Princeton, nel New Jersey, che sta usando tecniche simili per studiare l'Oceano Atlantico. "Ed è solo l'inizio, questo tipo di approccio verrà usato sempre più spesso".

La previsione decennale è stata resa possibile grazie al fatto che al giorno d'oggi sono disponibili migliori figure e studi sullo stato degli oceani del mondo, afferma Doug Smith, uno studioso di modelli climatici che si è occupato di elaborare il nuovo modello di previsioni insieme ai colleghi del Hadley Centre for Climate Prediction and Research ad Exeter, nel Regno Unito.

Nell'impresa è stato di fondamentale importanza il contributo di una rete di circa 3000 piccoli robot distribuiti per gli oceani del pianeta, che è stata sviluppata a partire dal 1999. Le apparecchiature, conosciute col nome di Argo floats, forniscono aggiornamenti costanti sulla temperatura dell'oceano e sulla sua salinità - fattori che hanno un'importanza critica nel determinare i modelli di clima globale.

Grazie ai risultati di Argo, Doug Smith è stato in grado di superare gli studi tradizionali e creare un modello di clima basato proprio su un'accurata rappresentazione degli oceani del pianeta.

Questo ha significato anche che i loro studi avessero automaticamente come arco temporale di previsione un massimo di dieci anni: è a questo punto infatti che l'influenza di fattori come la temperatura degli oceani non è più sufficiente, e bisogna considerare forze più potenti, come ad esempio l'effetto serra.

L'approccio di Doug Smith finora ha sembrato funzionare. Alcuni degli schemi e simulazioni appena pubblicati sulla rivista Science sono il risultato di varie sperimentazioni del modello, che è stato inaugurato nel 2005.

Secondo i ricercatori, il nuovo modello risulterà utile da molti punti di vista: non solo per combattere le opinioni opposte degli scettici, secondo cui il riscaldamento globale è una minaccia inesistente, ma anche per aiutare i governi di tutti i paesi del mondo per studiare le previsioni di evoluzione del clima nelle proprie aree e poter prevedere inondazioni, siccità o grandi ondate di calore che causeranno una forte domanda di energia elettrica.